Psicologia della coppia: quanto dire al primo appuntamento?

Credits: @Zipcy/Grafolio.com

Parliamo di coppia e di amore, e di uno dei quesiti che si presentano più frequentemente al primo appuntamento. Dobbiamo raccontare ai nostri compagni i nostri trascorsi, soprattutto se si tratta di molestie e abusi che abbiamo subito? Non stiamo parlando di quanti fidanzati o di quante avventure abbiamo avuto, ma di qualcosa di più serio come le molestie, che inevitabilmente ci lasciano un bagaglio di strascichi come problemi di autostima ed altri disturbi psicologici più o meno gravi o lievi.

Diciamo, innanzi tutto, che se soffriamo di qualche disturbo prima o poi il nostro partner se ne accorgerà, ed anche che se gli spiegheremo perché siamo insicure, o non sopportiamo certi suoi atteggiamenti che ci possono sembrare aggressivi, gli daremo modo di conoscerci più a fondo e di venirci incontro, se vorrà. La questione è però anche un’altra: se siamo insicure e conosciamo un uomo che ci piace, vale la pena dirgli tutto di noi al primo appuntamento? 

Rispondere a questa domanda non è semplice: molte donne temono di essere rifiutate, discriminate, soprattutto poi se portatrici di insicurezza. Non è semplice, ma in fondo la cosa migliore sarebbe quella di mostrarci così come siamo: se farlo al primo o al secondo appuntamento, piuttosto che più in là nel tempo, è da vedere. Se ci sembra di trovarci di fronte ad una persona sensibile ed attenta, che ci parla di sè e si mostra accogliente nei nostri confronti, possiamo aprirci, magari iniziando a svelare qualcosa di noi. Se, invece, le nostre impressioni sono differenti, meglio aspettare un po’, per non rischiare di dare in pasto a chi magari non ha gli strumenti per capirci i nostri trascorsi più dolorosi.   

Una questione delicata

Tutte abbiamo subito qualche forma di violenza di genere, dal bugiardo compulsivo che ci ha “regalato” qualche malattia, all’amico che ci ha inchiodate al muro ed aggredite ad una festa o da qualche altra parte, ai famosi molestatori sugli autobus o in metropolitana. E tutte abbiamo visto lo stesso sguardo scioccato sul viso di un potenziale partner quando gli abbiamo detto che siamo quella donna su sei che è stata stuprata, quella su tre che è stata molestata, quella su due che è stata vittima di violenze. C’è un ragionamento particolare che dobbiamo fare in quel momento: non solo “Dovrei dirglielo?”, ma “Quanto dovrei dirgli?” E “Come dovrei provare a parlare?” E forse il calcolo più difficile da fare è: “Con quale probabilità vedrò ancora questo uomo dopo che gli avrò raccontato di me e delle mie esperienze?”

Cercare di condividere le proprie esperienze con l’abuso emotivo all’inizio di una relazione può essere necessario per il semplice fatto che se non lo si fa, qualcosa verrà comunque fuori, prima o poi, perché ovviamente molte cose sfuggono al nostro controllo. Ci sono donne che reagiscono in modo eccessivo ai messaggi di un uomo che fa loro la corte su WhatsApp o via sms perché li interpretano erroneamente come offensivi e irrispettosi, mentre altre sono terrorizzate quando nell’intimità il compagno si lascia andare a qualche frase tra il giocoso e il colorito. 

Lo stigma

Quando gli uomini hanno segreti profondi e oscuri, siamo portati culturalmente a immaginarceli come degli eroi romantici o dei ragazzacci che sono stati feriti,  da calmare e capire. Ma le esperienze traumatiche meno maschili, sono meno accettate: gli uomini che convivono con una malattia mentale non sono “sexy”, a meno che non siano anche dei geni. Gli uomini sopravvissuti a stupri o abusi sono in gran parte ignorati. E Dio proibisce di lottare con la propria identità sessuale se si appartiene ad una cultura in cui essere bisessuali o omosessuali è ancora considerato uno stigma, piuttosto che un normale aspetto della vita.

Ed esistono ancora meno sceneggiature eroiche per le donne che hanno dei vissuti problematici. Abbiamo problemi con il padre, siamo delle ex-fidanzate “pazze” e magari gelose, siamo delle donne che “ne hanno sempre una”, o una dozzina di altre etichette che si traducono in “non vale la pena”. Siamo inaccettabili. Siamo “troppo”.

Essere amate comunque

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Nel momento in cui condividi il tuo vero Io con qualcuno che conta, poni anche una domanda implicita: puoi amarmi comunque?

Nessuna relazione è possibile senza accettazione e comprensione. Non esiste una scorciatoia e non c’è una garanzia. Ma il sollievo che si prova quando quel silenzio finisce e la risposta arriva, fa sì che ci si  senta più leggere. 

E’ molto difficile riuscire ad avere una relazione che funzioni senza dare modo al nostro partner di capire chi siamo veramente, e questo non perché egli ne abbia un assoluto diritto, ma piuttosto perché ne ha bisogno. In fondo, non è tanto importante ciò che dobbiamo dare al partner piuttosto di cosa abbiamo bisogno di dirgli per fare in modo che ci conosca davvero e ci ami. 

La foto di copertina e quella in fondo sono alcune delle molteplici opere d’arte dell’artista coreana Yang Se Eun, aka Zipcy.

 

ZIPCYILLUSTRATOR

 

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