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Signora Deneuve, le parole sono IMPORTANTI

Johan Akan & Catherine Deneuve per Têtu, magazine francese – photo by Satoshi Saikusa

Chiariamoci subito, signora Deneuve: anche a noi piace essere apprezzate, ci mancherebbe altro, a quale persona non piacerebbe piacere?

Ma quello che con tanto affetto, noi vorremmo arrivasse, a lei ed alle altre 99 donne di “Tribune” che con lei hanno firmato la Lettera Aperta su Le Monde, è che Le Parole Sono Importanti.

Nella sua lettera aperta, gentile signora, lei infatti ben giustamente elenca una serie di fatti assolutamente condivisibili e secondo noi, giusti: non è accettabile fare una sorta di “caccia allo stregone” penalizzando i maschi magari solo perché stanno cercando, anche maldestramente, di farci la corte, così come troviamo, in alcuni casi, eccessivo oscurare opere d’arte in nome di un puritanesimo improvvisamente rinato.

 

Le Opere e gli Eventi messi alla berlina

L’ondata, forse in qualche caso eccessiva, di puritanesimo, ha messo in discussione o oscurato, come testimoniato dalla lettera delle “Tribune” francesi, i seguenti eventi culturali (il grassetto é cliccabile, per essere indirizzati alla fonte della notizia):

– L’ambiguità dell’opera di Balthus che è stata messa alla berlina per pedofilia

– I dipinti di Schiele ritenuti troppo osé per essere affissi in metro e sui mezzi pubblici

– La retrospettiva alla Cinémathèque di Parigi su Roman Polanski è stata contestata perché accusato da una donna di averla abusata

– La retrospettiva dedicata al regista Jean-Claude Brisseau, (condannato nel 2005 per delle molestie sessuali nei confronti di due attrici, e nel 2007 di una terza) è stata annullata  

 Il film “Blow Up” di Michelangelo Antonioni messo «sotto accusa» sul quotidiano francese «Libération» da Laure Murat, docente all’Ucla, che imputa al film «una misoginia e un sessismo insopportabili  

Ad ognuno le sue conclusioni.

Detto questo, e sperando quindi che non ci si debba ritrovare in mezzo ad una sorta di Inquisizione del terzo millennio, la vostra lettera fa appello al filosofo Ogien, che parla di “libertà di offendere in nome della creazione artistica”, e sino a qui non abbiamo nulla da eccepire.

Ma di certo non avalliamo il paragone tra la libertà di offendere in campo culturale/artistico con quella da voi reclamata, ovvero libertà di offendere da parte degli uomini nei confronti delle donne (e certamente non avalleremmo nemmeno l’offesa degli uomini da parte delle donne).

Ancora, la vostra lettera rivendica il diritto degli uomini di “fare la corte” e delle donne di ricevere codesta corte, anche se lei il concetto lo esprime con toni un po’ differenti; sarà il gap linguistico che ci separa.

Ma, le ribadiamo, per noi, e auspichiamo non solo per il nostro compatriota (seppur maschio, attenzione!) da lei sicuramente conosciuto) Nanni Moretti, Le Parole Sono Importanti.

 

Il Significato delle Parole

Ecco perché, quando leggiamo a chiare lettere “Noi difendiamo la libertà d’importunare”, qualcosa stride, ed una sorta di dissonanza cognitiva ci coglie.

Per non cadere in ignoranti fraintendimenti, ci aiutiamo con il dizionario, il Treccani, e cerchiamo il termine: “Importunare”.

Ecco cosa troviamo:

 

IMPORTUNARE: Disturbare, recare molestia o fastidio con l’essere importuno (…)

Ancora dubbiose, ci chiediamo però se in lingua francese, il termine “Importuner” non sia connotato da un altro significato, magari più morbido, o comunque diversamente interpretabile. Non avendo la possibilità di consultare un linguista, un esperto o un madrelingua, andiamo quindi alla ricerca di un dizionario francese on-line e ne troviamo alcuni su Google:

Tra i primi troviamo questo:

IMPORTUNER: Déranger, fatiguer en intervenant mat à propos, ennuyer par une prèsence au un comportement déplacè

Ovvero:

Disturbare, stancare intervenenedo a sproposito, annoiare a causa di una presenza o un comportamento innapropriato.

Allora, Catherine, come la mettiamo?

Davvero a lei ed alle Colleghe piace o le piacerebbe essere importunata secondo vocabolario?

Proseguiamo, e dopo la parte che dichiara: “Noi difendiamo la libertà d’importunare”, che abbiamo già approfondito, ecco arrivare subito dopo questa:  “…indispensabile alla libertà sessuale“.

Ci faccia capire, bionda Deneuve: davvero lei e le sue Colleghe credete che la libertà sessuale sia identificabile con l’essere importunati? È bello l’incontro amoroso reciprocamente voluto e psicologicamente connotato a seconda della fantasia, sia essa sadomasochistica che di altro tipo, ma deve essere voluto da entrambe le parti.

“Le Pulsioni sono offensive e selvagge”

Segue, a ruota: “Siamo oggi sufficientemente avvertite per ammettere che la pulsione sessuale è per natura offensiva e selvaggia”.

La pulsione sessuale è offensiva e selvaggia? E chi lo avrebbe mai detto?

Ha molte cose da insegnarci, signora Deneuve.

Pur avendo superato tutte i venti, pur avendo noi una lontana conoscenza di cosa siano i rapporti sadomasochistici, sia consenzienti che non – e non per avere visto “50 Sfumature di Grigio”; accidenti ce lo siamo lasciate scappare! – pur non disprezzando l’arte del Bondage e la sua filosofia, comprensibilmente da noi occidentali non facilmente condivisibile, pur essendo donne libere e affatto bigotte, – ed ora la finiamo qui perché non abbiamo tutta questa voglia di dire a lei gli affari nostri –  proprio non ci troviamo a nostro agio con questa sua descrizione della pulsione sessuale, così definita nuovamente dalla nostra Enciclopedia Treccani:

 

“psessuale: distinta dall’eccitamento sessuale come evento fisiologico, è presente in varie forme a seconda della fase libidica in cui si manifesta (v. anche oraleanalefallico e genitale)”.

 

Conoscendo noi i significati delle varie fasi libidiche e gli stadi pulsionali teorizzati da Sigmund, evitiamo di andare oltre e rimandiamo a chi lo volesse – se lei fosse interessata potrebbe esserle utile – di cercare molto bene il significato di “Pulsione sessuale”.

Non essendo gli esseri umani (almeno non tutti, per fortuna!!) privi di raziocinio o di senso del controllo e della ragione, pur avvertendo istinti anche forti, riusciamo ancora (in alcuni casi tranne che in altri, come ben sappiamo) a controllarli.

Un giorno perfetto di Ferzan Özpetek (Italia / 2008)

Altrimenti, almeno in stazione, ogni volta che un treno arriva in ritardo, saremmo tutti addosso a macchinista e capotreno a riempirlo di botte (sa, la pulsione aggressiva…) 

Forse è anche per questo che, quando noi donne sui mezzi pubblici sentiamo il maschio di turno strusciarsi contro le nostre gambe, i nostri fondoschiena – ad una di noi è anche capitato che un uomo seduto accavallasse le gambe pur di strusciare il suo ginocchio sul di lei didietro – non ci voltiamo gridandogli la parola da lei tanto vituperata “Porco!” e non gli assestiamo un bel calcio tra le gambe o uno schiaffone in pieno volto.

E qui, lo ammettiamo, sbagliamo, da troppo.

La vostra lettera continua verso la sua sfortunata conclusione, dichiarando:

“Ognuna di noi può fare attenzione al fatto che il suo stipendio sia uguale a quello di un uomo, ma non sentirsi traumatizzata per uno “struscio” nella metro, anche se questo è considerato come un reato”.

Ma, a lei, a voi, perdoni l’arroganza, chi ve l’ha detto?!

Ci sono ragazzine che a dodici, tredici anni, ed anche prima, sono oggetto di violenza sessuale e/o atti di libidinecosì si chiamano, signora Deneuve, lo sappia – .

E questo succede anche a donne adulte che, nonostante non siano più bambine, sono infragilite da gesti di prevaricazione sessuale. Non le sembri strano, non si metta a dire che “le donne non sono bambine con facce da adulte” e che le donne sanno difendersi da sole e non sono vittime: dipende. Da molti fattori.

Succede a ragazzine e donne di essere sessualmente molestate sia sugli autobus, che sulle metro, che in qualunque altro posto affollato o non, incluse sale di ospedale, stanze di terapeuti vari, ascensori, strade, portoni, automobili, garage, piazzole di camionisti, aree di sosta per esseri umani sulle autostrade eccetera.

E la sapete un’altra cosa, signore? La maggior parte della gente, quando vede episodi di violenza, si gira dall’altra parte.

Cambia strada, pensa che non siano affari suoi, dice a se stesso “chi mi lo fa fare”, assiste a liti violente fra coppie senza dire o fare nulla.

È anche stata condotta una indagine in Svezia e ci sono le prove filmate di ciò che affermiamo, guardate qui:

 

Come riferisce http://www.blogdilifestyle.it, è stato effettuato un’esperimento sociale nella ‘civilissima’ Svezia, il cui risultato fa emergere un quadro non rassicurante. Su 53 persone solo 1 è intervenuta minacciando di chiamare la polizia se l’uomo avesse toccato la sua fidanzata un’altra volta.

Una donna.

L’idea dell’esperimento è venuta ai ragazzi in seguito alla pubblicazione di un rapporto commissionato dall’Unione europea, che ha posto i paesi dell’Europa del Nord, e più nel dettaglio la Svezia, sul gradino più basso della classifica per quanto riguarda la sicurezza per le donne.
L’81% della popolazione femminile svedese ha dichiarato di aver subito un abuso almeno una volta nella vita, una percentuale molto superiore rispetto alla generale linea europea, che si attesta al 55%.
Effettivamente i risultati dell’esperimento confermano questi dati e allarma ancor di più l’omertà e l’indifferenza per un fenomeno preoccupante e sempre più comune.


Concludendo, signore, non abbiamo problemi a ribadirvi:

Le parole sono importanti.

Ed anche le azioni.

Not in our names, Signore DeNeuve, Elisabeth Levy,  Catherine Millet, Catherine Robbe-Grillet, Ingrid Caven,  Joelle Losfeld & Co. 

Il Team di Le Cronache della Bellezza

e Oriana Mariotti.

La Lettera di Deneuve & Co.

Il testo integrale dell’appello pubblicato martedì su Le Monde da Cathèrine Deneuve e altre cento donne sul clima di censura e puritanesimo creato dalla campagna #MeToo:

“Lo stupro è un crimine. Ma rimorchiare in maniera insistente o imbarazzante non è un delitto, né la galanteria un’aggressione machista. Dopo l’affaire Weinstein c’è stata una legittima presa di coscienza delle violenze sessuali esercitate sulle donne, specialmente nell’ambiente professionale, dove alcuni uomini abusano del loro potere. Era necessaria. Ma questa liberazione della parola si è trasformata oggi nel suo contrario: ci dicono che bisogna parlare in un certo modo, di tacere su ciò che può urtare, e le donne che rifiutano di piegarsi a queste regole sono guardate come delle traditrici, delle complici! Ora, è proprio del puritanesimo prendere in prestito, in nome di un preteso bene generale, l’argomento della protezione delle donne e della loro emancipazione per incatenarle meglio a uno statuto di vittime eterne, di povere piccole cose in balia di demoni fallocratici, come ai bei vecchi tempi della stregoneria.

Di fatto, #MeToo ha dato vita nella stampa e sui social network a una campagna di delazioni e di messa in stato d’accusa pubblica di individui che, senza che gli sia lasciata la possibilità né di rispondere né di difendersi, sono stati messi esattamente sullo stesso piano di aggressori sessuali. Questa giustizia sommaria ha già fatto le sue vittime, gli uomini sanzionati nell’esercizio del loro mestiere, costretti alle dimissioni, eccetera. Il loro solo torto è aver toccato un ginocchio, rubato un bacio, parlato di cose “intime” durante una cena professionale e inviato dei messaggi a connotazione sessuale a una donna che non era reciprocamente attratta. Questa corsa a inviare i “porci” al mattatoio, al posto di aiutare le donne a diventare autonome, fa il gioco in realtà dei nemici della libertà sessuale, degli estremisti religiosi, dei peggiori reazionari che credono, in nome di una concezione vittoriana del bene e della morale, che le donne siano degli esseri “a parte”, delle bambine col viso da adulte che reclamano di essere protette. Di fronte a loro gli uomini sono costretti a mostrare la loro colpa e dissotterrare, andando al fondo della loro coscienza retrospettiva, un “comportamento oltremisura” che avrebbero potuto tenere dieci, venti o trent’anni fa, e pentirsene. La confessione pubblica, l’incursione di procuratori autoproclamati nella sfera privata, installa un clima da società totalitaria.

L’ondata purificatrice non sembra conoscere alcun limite. Da una parte si censura un nudo di Egon Schiele su una pubblicità, dall’altra si chiede il ritiro di un dipinto di Balthus da un museo perché costituirebbe un’apologia della pedofilia. Confondendo l’uomo e l’opera, si chiede il divieto della retrospettiva di Roman Polanski alla Cinémathèque e si ottiene il rinvio di quella consacrata a Jean-Claude Brisseau. Un’universitaria giudica il film “Blow-Up” di Michelangelo Antonioni, “misogino” e “inaccettabile”. Alla luce di questo revisionismo, John Ford (“La prigioniera del deserto”) e anche Nicolas Poussin (“Il ratto delle sabine”) iniziano ad avere paura.

Alcuni editori chiedono ad alcune di noi di rendere i nostri personaggi maschili meno “sessisti”, parlare di sessualità e di amore con meno dismisura o ancora di fare in modo che “i traumi subiti dai personaggi femminili” siano resi più evidenti! Prossimo al ridicolo, un progetto di legge in Svezia vuole imporre un consenso esplicitamente notificato a ogni candidato a un rapporto sessuale! Ancora uno sforzo e due persone adulte che avranno voglia di andare a letto insieme subito prima dovranno, tramite una app del loro smartphone, firmare un documento nel quale le pratiche che accettano e che rifiutano saranno debitamente specificate.

Il filosofo Ruwen Ogien difendeva la libertà di offendere in quanto indispensabile alla creazione artistica. Allo stesso modo difendiamo la libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale. Siamo oggi sufficientemente avvertite per ammettere che la pulsione sessuale è per natura offensiva e selvaggia, ma siamo anche sufficientemente perspicaci per non confondere un rimorchio imbarazzante con un’aggressione sessuale. Soprattutto siamo coscienti che la persona umana non è un monolite: una donna può, nella stessa giornata, dirigere un’équipe professionale e gioire di essere l’oggetto sessuale di un uomo senza essere né una “troia” né una vile complice del patriarcato. Ognuna di noi può fare attenzione al fatto che il suo stipendio sia uguale a quello di un uomo, ma non sentirsi traumatizzata per uno “struscio” nella metro, anche se questo è considerato come un reato. Può anche immaginare un comportamento del genere come l’espressione di una grande miseria sessuale, o comunque come un non-avvenimento.

In quanto donne, noi non ci riconosciamo in questo femminismo che, al di là delle denunce degli abusi di potere, prende il viso di un odio degli uomini e della sessualità. Pensiamo che la libertà di dire no a una proposta sessuale non esista senza la libertà di importunare. E consideriamo che bisogna rispondere a questa libertà di importunare in altro modo che trincerandosi dietro il ruolo della preda. Quelle tra noi che hanno deciso di avere dei bambini, credono che sia più giudizioso educare le nostre figlie in modo che siano sufficientemente informate e coscienti per poter vivere pienamente la loro vita senza lasciarsi intimidire né colpevolizzare. Gli incidenti che possono toccare il corpo di una donna non inficiano necessariamente la sua dignità e non devono, per quanto siano duri, necessariamente fare di lei una vittima perpetua. Perché non siamo riducibili al nostro corpo. La nostra libertà interiore è inviolabile. E questa libertà che noi abbiamo cara non esiste né senza rischi né senza responsabilità.”

 

 

 

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Oriana Mariotti

Sono giornalista e presto psicologa.
Entusiasta, disordinata e appassionata di Bellezza, sono il Direttore editoriale di “Le Cronache della Bellezza”, amo informare ma sono sempre in ritardo!
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